Rurouni Kenshin

Intro condita da un aneddoto personale: ero in volo su un aereo. Ero lì che stavo chiedendomi in quale modo avrei potuto trastullare adeguatamente la mia bella persona per far scorrere in modo piacevole un po’ del tempo che mi separava dalla destinazione, quando all’improvviso. Scorro i titoli dei film visibili da quella scorreggia che è lo schermo posto sul sedile del passeggero innanzi a me, interrogandomi (e visto che facevo scena muta, mi rimandavo al posto con un 3 sul registro. E la settimana prossima compito scritto) se preferivo provare la fortuna con un film di Bollywood o magari puntare a qualche action relativamente nuovo, quando all’improvviso.
Ma quanta suspence ho creato in queste poche righe di narrazione? Penso praticamente neanche un po’, considerando che di solito il titolo del post coincide con il titolo del film di cui vado a parlare.
Comunque.
All’improvviso, tra i titoli disponibili per la visione, mi compare pure Rurouni Kenshin.
Ovviamente ho scelto questo.
E ne vado a parlare dopo una breve (seee, come no) digressione sulla mia vita passata.
Orbene (o Orwell, come dicono gli inglesi), cari i miei baldi (e baldanzosi e pure baldan bembo) giovani ascoltatori, dovete sapere che anche io sono stato giovane come e forse anche più di voi, un tempo lontano.
Durante questa mia giovinezza, avevo scoperto il magico mondo dei manga (non occorre manco dirlo che sono i fumetti giapponesi, vero?). Tra le varie produzioni che mi hanno accompagnato nel cammino dall’infanzia all’adulterio (o si dice adultizia?) vi era questa storia che si intitolava perlappuntamente Rurouni Kenshin. L’editore aveva avuto la grazia e l’accortezza di adattare il titolo italiano in “Kenshin samurai vagabondo”, giusto per far capire ai potenziali lettori che cosa si potevano aspettare.
Io mi aspettavo una storia ambientata durante il periodo della restaurazione, in cui Battosai, micidiale sicario samurai che uccide per un ideale, stanco per il troppo sangue versato fa voto di non uccidere mai più. Decide di diventare un vagabondo e di portare con se solo una spada dalla lama invertita, in modo da non poter essere mai più letale.
BAM! Aspettativa soddisfatta!
Un ricco set di comprimari (Kaoru, Yashiko, Zanza, Megumi) e un trafficante di droga sui generis (che probabilmente si è ispirato alla pettinatura di Chugar Javier Bardém di “Non è un paese per vecchi”) che mira a diventare una sorta di padrone del mondo. Che altro chiedere?
Il film è abbastanza fedele alla storia (ovviamente condensa e strizza l’occhio ai lettori – ad esempio non è così chiara l’evoluzione del rapporto tra Kenshin e Sanosuke Sagara, che da un momento all’altro passa da nemico a BFF del protagonista), fino allo strepitoso scontro finale (spada contro mitragliatrice).
Piacevole per chi non ha mai letto il fumetto, imperdibile per chi l’ha amato.
Orpo, mi è già scappata la rece senza aver concluso l’intro.
Pace, stavolta è andata così.

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